Vicenza-Il Trionfo del Colore. Da Tiepolo a Canaletto e Guardi


I Capolavori dal Museo Pushkin di Mosca
23 novembre 2018 – 10 marzo 2019

Visita la mostra con noi!
Un viaggio tra sacro e profano per conoscere da vicino un secolo affascinante e raffinato!

10 gennaio 2018 ore 17.30
25 gennaio 2018 ore 17.30

Ci sono ancora posti disponibili!
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Il Colore è il vero protagonista della bellissima esposizione d’arte in corso nella città di Vicenza fino al 10 marzo 2019. Un evento nell’evento rappresentato dai dipinti-capolavoro provenienti dalla prestigiosa collezione di arte veneta del Museo Pushkin di Mosca; ben 24 opere in mostra accanto a 41 tele espressione della migliore tradizione della pittura veneta del secolo dell’Illuminismo appartenenti alla collezione della Pinacoteca cittadina. Attraversando le sale espositive, la mostra “Il trionfo del colore” consiste in un viaggio dentro il colorismo del Settecento veneto, il vero tratto distintivo dei pittori protagonisti dell’epoca. Primo fra tutti Giambattista Tiepolo, e poi Sebastiano Ricci, precursore della riscossa della pittura veneta nel secolo del declino politico della Serenissima, Giambattista Pittoni, Luca Carlevarijs, Giambattista Piazzetta senza dimenticare Antonio Canal o Canaletto, Bernardo Bellotto e Francesco Guardi. Artisti noti e attivi in Europa nonché apprezzatissimi, imitati, scelti dai collezionisti e diventati un modello per le generazioni successive.

Il trionfo della pittura veneta del Settecento ha un doppio riflesso nella seconda sede espositiva collegata alla Pinacoteca di Vicenza. E’ Palazzo Leoni Montanari, sede delle Galleria d’Italia di Intesa, dove l’avventura visiva continua attraverso i dipinti della collezione di Pietro Longhi e della sua scuola e di altri capolavori imperdibili.

Wetour Guide è lieta di offrire l’occasione di accompagnarvi alla scoperta dell’affascinante stagione dell’arte lagunare esposta in questo evento.

Qualche esempio? Per i vicentini attenti e per i foresti curiosi sarà divertente osservare il dipinto del veneziano Francesco Aviani,  “Paesaggio con Lazzaro e il ricco Epulone” esposto in mostra a palazzo Chiericati.

E’ vero, bisogna strizzare gli occhi per vedere Epulone che si ingozza davanti al povero Lazzaro…
Ma dall’altra parte invece quello che salta subito agli occhi, vi sembrerà familiare. Quegli archi, la torre che sbuca nello sfondo e le montagne sono vicentini.
E’ un gioco meraviglioso tra realtà e fantasia che vi catturerà nelle prime sale della mostra e vi trasporterà dentro i dipinti, “capricci” di un’epoca, quella del ‘700, amante dell’antico ma estremamente attenta anche al presente,  rappresentato in modi idilliaci.

La mostra propone anche un viaggio tra sacro e profano : da un lato la devozione accorata del secolo dei lumi, dall’altro le avventure e le gesta  di eroi antichi e divinità mitologiche raccontate con sensualità e vivacità

Se alla fine della mostra vorrete continuare a scoprire gli altri tesori della città, WeTour  vi propone anche un secondo viaggio parallelo fuori dalle sale museali, quindi in città, nelle chiese e nelle ville del territorio vicentino attraverso i nostri itinerari tematici.

Contattateci per ulteriori informazioni o per prenotare la vostra visita alla mostra!

Vi piacciono le curiosità? seguiteci su facebook!

 

I mercatini di Natale di Bassano del Grappa

Sarà il GUSTO il protagonista del Natale 2016 nei mercatini di Bassano del Grappa, e sarà lui il filo conduttore
delle attività proposte dalle bancherelle durante le festività natalizie. 

Caldarroste, vin brulé, idee nuove per il pranzo di Natale, spunti per decorare la casa e la tavola della Veglia. Anche quest’anno il programma degli eventi di Bassano del Grappa per il periodo natalizio è ricchissimo.

L’atmosfera di questa bellissima città si ravviva con le luci delle luminarie e con l’atmosfera gioiosa dei mercatini. La loro tradizione, è vero, viene dal nord: i primissimi mercatini sono stati quelli dell’Alto Adige, ma la tradizione viene piuttosto da Austria e Germania, dove da sempre le città si colorano di rosso e oro nel mese di dicembre.

E’ anche vero, però, che Bassano risente da sempre dell’influenza del nord Europa. Trovandosi all’imbocco della Valsugana, fin dall’antichità è stata il primo avamposto per chi scendeva la valle del Brenta dai territori germanici per approdare nella pianura Padana. Difatti Bassano è una delle poche cittadine dove le piazze sono disposte una in fila all’altra, anziché in raggruppamenti come accade nella maggior parte delle altre città.

Non è quindi difficile trovare un po’ di atmosfera del nord anche a pochi passi da casa nostra, e l’occasione dei mercatini di Natale è quella giusta!

Dal 17 novembre al 26 dicembre 2018 , nella piazza Garibaldi e nella Piazza Libertà a Bassano, un ricco programma di eventi e manifestazioni. E soprattutto di golosità!

Ville basso vicentino

LE VILLE VENETE – Un tour per tutte le stagioni.
Le Ville di A. Palladio  – Il basso vicentino

Quando si pensa a Vicenza e alla sua provincia è impossibile scinderle da Andrea Palladio, uno tra i gli architetti più conosciuti e senz’altro quello più imitato al mondo. A testimonianza del suo genio artistico restano monumenti e ville, molti dei quali concentrati proprio a Vicenza e provincia. Se si desidera visitarli tutti ci vogliono più giorni. Si possono scegliere, a nostro avviso, due tipologie di visita:
1- Un tour che comprenda solo le Ville, distribuite nella campagna vicentina
2- Un tour che preveda la visita di Vicenza con i suoi palazzi palladiani e una villa fuori porta.

VILLE PALLADIANE DELLA CAMPAGNA VICENTINA – Il basso vicentino

Rotonda_in GialloE’ un tour che potrebbe iniziare con Villa Capra la Rotonda. Due ore vi sembreranno poche per poter vivere fino in fondo l’atmosfera della villa e per godere della quiete che la circonda.
Una pausa pranzo in città a Vicenza o in uno dei tanti ristoranti dei dintorni vi permetteranno di gustare qualche prelibatezza locale e poi riprendere il viaggio verso una zona che vi stupirà per la bellezza del paesaggio.

E’ una parte del territorio vicentino meno frequentata dal turismo abituale. Scegliendo la zona del basso vicentino si potranno ammirare in mezza giornata almeno due delle tre ville palladiane: Villa Pojana, Villa Saraceno, Villa Pisani.
Attualmente è più agevole raggiungere questi luoghi grazie all’apertura del nuovo tratto autostradale della Valdastico Sud. L’uscita più comoda è quella di Agugliaro.

Villa SaracenoIsolata come agli albori nelle campagne di Agugliaro si incontra, subito, VILLA SARACENO, edificata da Andrea Palladio tra il 1546 e il 1555 per Biagio Saraceno. Un accurato restauro ha recuperato quest’opera giovanile del grande architetto che riorganizzò la precedente corte agricola creando quella che sarà la villa-fattoria tipica dell’entroterra veneto del 1500. Ad essere realizzata secondo il disegno palladiano fu solo la fabbrica centrale: la barchessa che vediamo oggi è stata costruita solamente nel 1800.
La tripartizione degli spazi in orizzontale e in verticale lascia intuire lo stile tipico di Andrea Palladio per le sue ville venete: le cucine nell’interrato, il piano nobile e il granaio; la sezione centrale aggettante, con due finestre laterali sormontate da un piccolo impano. Tutto a sottolineare la linearità e l’efficacia della sua semplicità. Gli apparati pittorici sono posteriori a Palladio. Li commissionò infatti Pietro Saraceno, figlio di Biagio. Sul soffitto della loggia spicca “L’Allegoria della Ricchezza” di Domenico Brusasorci. Molto interessante il ritratto di Biagio Saraceno nelle vesti di un militare, a sottolineare il carattere celebrativo e il richiamo alle virtù soldatesche degli aristocratici veneziani in un periodo in cui la Serenissima è scossa dai conflitti contro gli Ottomani per il predominio nel Mediterraneo.

finterno-villa-emoLasciandoci alle spalle Agugliaro a 15 minuti di strada si incontra un altro capolavoro palladiano VILLA POJANA. La villa, commissionata a Palladio dal vicentino Bonifacio Poiana sul finire degli anni ’40, fu realizzata entro il 1563, quando è compiuta anche la decorazione interna eseguita per mano dei pittori Bernardino India e Anselmo Canera e dello scultore Bartolomeo Ridolfi. Anche in questo caso la villa è concepita come parte di un globale progetto di riorganizzazione e regolarizzazione dell’area attorno ad ampi cortili. Di tale progetto tuttavia è stata costruita solamente la lunga barchessa a sinistra della villa. Di questa villa colpisce l’essenzialità e il rigore geometrico che le conferisce un’aria modernissima e quasi metafisica. Una villa curiosa e spettacolare che non mancherà di stupire
villa_pisani_bagnolo-2Infine poco lontano si incontra VILLA PISANI. Quando Palladio progettò questa villa era il 1541 ed era appena tornato da Roma suggestionato dalla grandezza dell’architettura antica. Ed è proprio Roma antica (le terme, in particolare) che rivive in molti dettagli dell’edificio. La villa fu costruita tra i 1544 e il 1545 ed è forse l’opera più rappresentativa del periodo giovanile di A. Palladio, tanto che è lo stesso architetto a inserire il progetto come opera di apertura della sezione dedicata alle “Case di Villa” nel suo famoso trattato: “I Quattro Libri dell’Architettura”. (Venezia 1570). La Villa di Bagnolo con la sua monumentalità doveva rappresentare sia l’importanza dei nuovi modelli architettonici sia l’alto rango e la ricchezza dei proprietari, i Pisani, ricca famiglia veneziana depositari del potere di Venezia sulla terraferma. Anche questa villa è stata realizzata solo in parte in conformità con il progetto, ma rimane un edificio spettacolare, grazie anche al perfetto stato di conservazione dovuto all’opera dei proprietari precedenti ed attuali. La particolarità della Villa è che a decorare gli interni non ci sono solo grottesche, storie mitologiche e le favole dell’Orlando Furioso ma anche opere contemporanee.
Ogni anno infatti vengono allestite mostre di arte contemporanea che offrono al visitatore una esperienza inconsueta e particolare.

E se incuriositi decidete che la i luoghi che avete visitato meritano una sosta più lunga, potete continuare il vostro tour delle ville del basso vicentino con una miriade di altre dimore straordinarie. Un consiglio? Villa Pisani, detta la Rocca Pisana, a Lonigo o Villa Fracanzan Piovene ad Orgiano

Organizza la tua visita con We Tour Guide: info@wetourguide.it 

VILLE PALLADIANE DELL’ALTO VICENTINO

Le donne di Vicenza

Il viso scarno, gli occhi dall’espressione bonaria che paiono come appoggiati a un pensiero sfuggente, il sorriso appena abbozzato e lievemente malinconico sono le componenti del ritratto solenne che Alessandro Maganza realizzò nel 1598 a Maddalena Campiglia, una donna che fece della propria libertà uno stile di vita. Vissuta tra il 1553 e il 1595, la sua nascita fa già presagire l’inizio di un’esistenza “anomala”: i genitori infatti, entrambi rimasti vedovi, si erano messi assieme e dalla loro unione era nata Maddalena, ma decisero di regolarizzare la loro convivenza solo molto più tardi, quando la bambina aveva già tredici anni.

Oggi nessuno obietterebbe tale risoluzione ma nella società del Cinquecento il fatto sembrò a dir poco insolito. Maddalena si sposò nel 1576 con Dionisio Colzè, presumibilmente per volere dei ricchi e nobili genitori, ma il loro matrimonio durò poco; dopo soli quattro anni infatti, la donna si separò dal marito e iniziò a vivere in completa indipendenza, dedicandosi alle attività che più amava e la gratificavano: la letteratura e la poesia. Non più incasellata in alcuna categoria sociale, iniziò la sua eccellente produzione letteraria, con scritti di vario genere, anche religioso, nei quali il suo spirito anticonformista è espresso in tutta libertà. La vita di Maddalena Campiglia rappresenta un caso eccezionale. Nel clima moraleggiante che veniva a consolidarsi in seguito alla Controriforma, era infatti assai raro quanto difficile poter fuoriuscire dagli schemi sociali tradizionali, che esigevano la precisa collocazione di ciascun individuo all’interno di categorie ben definite. Il discorso valeva in modo ancor più radicale per le donne, che, una volta oltrepassata la –pericolosa- soglia della pubertà, erano destinate a diventare mogli e madri oppure a intraprendere la strada del noviziato, quando, per ragioni spesso socialmente incomprensibili, non venivano bollate come prostitute o streghe.

I ritratti della famiglia Valmarana e della famiglia Gualdi esposti a Palazzo Chiericati ci raccontano bene questa realtà. Negli atteggiamenti delle bambine dipinte da Giovanni Antonio Fasolo si intuisce piuttosto chiaramente quale sia il destino predisposto per loro dai genitori: Margherita, che legge attentamente il suo libro di preghiere, diventerà monaca nel convento di San Pietro mentre la sorellina Isotta, futura sposa di un nobile, con la mano sul cuore sembra accogliere l’incitamento alla virtù anche a nome dei fratelli. Il cardellino di Virginia, il cui nome suggerisce già in sé il suo avvenire di suora, è simbolo della passione di Cristo mentre il cagnolino della sorella maggiore, Laura, simboleggiando la fedeltà fa presupporre che la fanciulla diventerà di lì a poco moglie e madre devota.

Non c’era, dunque, molto spazio per la fantasia e le inclinazioni personali.
Facendo un balzo in avanti di due secoli, le cose non sembrano essere molto cambiate. Nella seconda metà del Settecento prende avvio la storia di un’altra illustre donna, vicentina d’adozione ma veneziana di nascita: Elisabetta Caminer Turra. Figlia di Domenico Caminer, uomo dotato di grande cultura, redattore di vari giornali di successo come “La Nuova Gazzetta Veneta” e “L’Europa Letteraria”, Elisabetta seguì le orme del padre e divenne la prima donna a fondare e dirigere un “giornale enciclopedic”, tipica pubblicazione del periodo dei Lumi, trasformando la sua casa di Vicenza in una redazione vera e propria, aperta a quanti godessero di fama di letterati e di studiosi. Gli interessi di questa vulcanica donna spaziavano dalla divulgazione letteraria alle opere pedagogiche per i bambini, dal giornalismo al teatro, sua grande passione, da buona veneziana. Se il marito Antonio Turra, un illuminato scienziato vicentino, appoggiò sempre la fervente attività della moglie, Vicenza si rivela, al contrario, una città chiusa e ostile, maligna e piena di pregiudizi.
Ben presto la tipografia cui si appoggiava sciolse la sua collaborazione ed Elisabetta aprì una stamperia proprio in Contrà Canove Vecchie, dove abitava. Ma le vendite del giornale andavano male, alla morte del marito tutte le sue occupazioni non furono sufficienti ad assicurarle il benessere economico e la Caminer si trovò sommersa dai debiti. A peggiorare la situazione furono le sue condizioni di salute, in progressivo peggioramento a causa di un cancro al seno, male di cui morì il 7 giugno 1796, presso la Villa dell’amico Fracanzan ad Orgiano. Venne sepolta a Vicenza, nella Chiesa di Santo Stefano, dove nessuna lapide è stata posta a commemorare la sua figura.

Negli stessi anni Fiorenza Vendramin, un’altra veneziana, trapiantata a Vicenza in seguito al matrimonio con un nobile vicentino, soffrì le maldicenze della gente, che le rimproverava un temperamento fin troppo disinvolto per una cittadina di provincia. Secondo le indiscrezioni dell’epoca, la donna pare essersi resa colpevole di una storia d’amore clandestina con un ufficiale napoleonico che la abbandonò preferendo la carriera militare (diventerà generale). Forse per la delusione sentimentale, forse oppressa dai pettegolezzi e dall’ostilità del suo ambiente, la donna si tolse la vita con una dose di oppio, nel 1797.
E ancora, Suor Redenta Olivieri, la fondatrice nel 1836 dell’istituto Farina per soccorrere bambine lasciate a se stesse; Elisa Salerno, la prima donna in Italia a riuscire nell’impresa di fondare a inizio Novecento una rivista dedicata ai problemi della donna in ambito lavorativo, famigliare, sociale.
Donne tenaci, intraprendenti, dal pensiero indipendente che si batterono per dare voce alla propria libertà, spesso ostacolate da un ambiente poco recettivo e bigotto.

We Tour vi offre la possibilità di ripercorrere le vite di queste donne attraverso i luoghi in cui hanno vissuto, in un tour dove la storia e le storie si mescolano, in cui a fare da sfondo sono le eleganti, solenni architetture classiche del centro di Vicenza.

Visita la città di Vicenza in modo diverso, con uno dei nostri tour a tema!. Chiedici un preventivoinfo@wetourguide.it

I migliori street food a Vicenza

…..per una pausa di qualità

Per il viaggiatore curioso non c’è nulla di più attraente che un posticino dove andare a degustare qualche specialità, lontano dai circuiti turistici e frequentato dalla gente del luogo.
A Vicenza i buoni ristoranti non mancano, ma se preferite invece sbocconcellare qualcosa di gustoso e tipico senza fermarvi per ore seduti a tavola, ecco un vademecum per deliziare il palato e soddisfare la curiosità di conoscere la città al di là dell’arte e della storia.
Vale una sola regola: abbandonate completamente l’idea che a Vicenza si mangia solo bacalà (….o gatto? ) e si beve solo lo spritz. Tra un cicheto (qualcosa che assomiglia alle tapas, un bocconcino a base di pesce, carne o verdure), e un bicchiere di buon vino per ritemprarsi dalle lunghe camminate, potreste riscoprire una genuinità e un’originalità insospettabili.
La nostra non è una classifica, ma una piccola guida per assaggiare un morso di Vicenza. I locali che indichiamo sono sicuramente tra i migliori che abbiamo provato, e sono alcuni tra quelli che ci sentiamo di suggerire. La lista è lunga, e nelle prossime rubriche vi sveleremo altri percorsi del gusto!
Cincinnino_1Il Cincinnino – www.facebook.com/ilcincinnino
Corso Fogazzaro 73
Aperto dal martedì al sabato 11-14 e 18-22
Chiuso la domenica e il lunedì

Autentico street food di qualità, unisce il vero gusto della Toscana trova ospitalità nel pieno centro storico della città di Palladio. Il piccolo banco straripa di delizie che vanno dai crostini, alla Pappa al Pomodoro, per finire con la schiacciata alla porchetta o alla finocchiona. Ma il fiore all’occhiello di questo locale è il Wine Dispenser, che permette di conservare e servire i vini alla temperatura e alle condizioni ideali: tra i bianchi non mancano Sauvignon, Chardonnay e il toscanissimo Campotrovo. Imperdibile tra i rossi il Morellino, ma sarà il Cingalino che stupirà le vostre papille. Magari abbinato al Crostino con Salsiccia e Stracchino, vera specialità gourmet di questo sfizioso locale.
Bar Borsa_1

Il Bar Borsa – www.barborsa.com
Piazza dei Signori, 26
Aperto il lunedì dalle 18.00 alle 2.00
dal martedì alla domenica dalle 10.00 alle 2.00

Facilissimo da trovare: basta non limitarsi a guardare la Basilica Palladiana, ma passare sotto le sue logge, dove si scorgeranno i coloratissimi tavolini di questo locale, al riparo delle arcate medievali. A qualsiasi ora si approdi qui si troverà pane per i propri denti: in tarda mattinata si parte con un brunch a base di uova, pancetta e omelette, passando poi per gli appetitosi club sandwich. Non mancherà un ritorno alla tradizione vicentina con un buon piatto di polenta e bacalà. La cucina avrà sicuramente ampia scelta anche per i vegetariani ai quali è dedicato un menu ad hoc.
Al Bar Borsa, la sera, non manca la musica live. Ecco che accompagnati dal sound check del gruppo jazz di turno, si può gustare uno dei loro originalissimi cocktail: provate il 10 e lode, gin e tonica homemade, e Palladio non avrà più alcun segreto per voi!

lA mENEGHINA_1 La Meneghina – www.meneghina.com
Contra’ Cavour, 18
Aperto da martedì a venerdì 11-15 e 17 – 0.15
Sabato 11-2.00
Domenica 11-0.15
Chiuso il lunedì

Questo locale storico di Vicenza può essere considerato il Florian de noartri”. L’antica offelleria infatti è aperta fin dal 1791, e davvero ne ha viste di cose! I patrioti vicentini sobillavano rivolte nascosti in quella che oggi è una intima saletta nel sottoscala e si può dire che un pezzo di storia del nostro Risorgimento sia stata scritta proprio qui.
Oggi questo prestigioso locale è gestito invece da un team di giovanissimi imprenditori, la cui specialità è il “pezzo”, né focaccia, né pizza: una base di pasta fatta lungamente lievitare, fino a 48 ore, su cui si possono poi stendere strati di burrata, pomodorini, crema al radicchio o vellutata di zucca, pesce e verdure. Una volta sazi, nessun problema a concludere lo spuntino con un amaro speciale: la bottiglieria del locale è ben fornita di ogni genere di distillato. Che ne dite allora di cominciare con una focaccia con pomodorini confit, fior d’Agerola, dressing di basilico e olive taggiasche.. E poi finire con sbriciolona toscana, erbette di campo e ricotta.. Dite che sia troppo e non ce la fate più? Nessun problema: il motto della Meneghina è:  Se non puoi restare portalo via con te, if you can’t stay #takemeaway.

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Il broccolo fiolaro

Per gli amanti dell’orto e della buona tavola questo è un periodo da ricordare per poter godere il prossimo inverno di una delle prelibatezze del nostro territorio : il broccolo fiolaro, coltura tipica della zona collinare di Creazzo, un tempo cibo dei poveri, oggi è ortaggio di qualità particolarmente apprezzato per le sue proprietà alimentari.

Originario dell’Europa, il broccolo fioarp si coltiva da tempo immemorabile. In epoca romana lo cita anche Catone il Vecchio, riconoscendogli importanti proprietà medicamentose.
Il suo nome deriva dalla presenza di più germogli inseriti lungo il fusto della pianta e conosciuti in dialetto veneto come “fiori”. Di questo ortaggio, che ha la particolarità di non assomigliare né per forma né per gusto alle altre varietà di broccolo, si innamorò niente meno che Wolfgang Goethe durante la tappa a Vicenza del suo viaggio in Italia del 1786.

Attualmente le varietà coltivate in Europa sono circa 150, due delle quali hanno preso casa nel vicentino, in due zone ben distinte: quella di Creazzo, dove la pianta è stata introdotta dai veneziani alcuni secoli fa, e quella di Bassano, nella quale ne viene prodotta un’altra varietà, il broccolo di Bassano appunto.

Al pari del radicchio rosso tardivo, il broccolo fiolaro è una coltura che arriva a maturazione durante la stagione fredda e sebbene riesca a sopportare per brevi periodi temperature anche piuttosto basse (fino a – 10°C) necessita di un clima non troppo freddo ed asciutto, tipico dell’ambiente di collina, sicuramente meno rigido di quello di montagna.

Il broccolo che si produce nel territorio di Creazzo, riconosciuto dal 1998 da un decreto Legislativo come PRODOTTO AGROALIMENTARE TRADIZIONALE, si semina a mano a fine giugno, per ottenere le piantine da trapianto. Le piantine vengono poi trapiantate in pieno campo nel successivo mese di agosto e a distanza di un mese viene eseguita una “sarchiatura” con una leggera concimazione. Senza ulteriori particolari cure, i primi broccoli, i più saporiti, si consumano solo dopo il verificarsi delle prime gelate. I caratteri organolettici di quest’ortaggio migliorano grazie al gelo che tende a limitare i processi biologici aumentando la concentrazione nelle foglie di Sali e zuccheri. Dopo la raccolta, fatta manualmente, i broccoli vengono mondati dalle foglie più vecchie, confezionati in cassette e portati al mercato.

Continuando la rassegna “le Gastronaute vicentine” inaugurata da We tour Guide con l’articolo dello scorso dicembre dedicato al radicchio rosso, vi proponiamo una gustosissima e semplice ricetta grazie alla quale potrete cimentarvi in un piatto di stagione che vede assieme il broccolo con un altro prodotto legato alla nostra tradizione culinaria : i bigoli con broccolo fiolaro insaporiti con sopressa vicentina.

Ingredienti:
500 gr. di bigoli freschi, 200 gr. di teneri germogli di broccolo, 100 gr. di sopressa vicentina Dop, 150 gr. di cipolla mondata, 40 gr. di formaggio grattuggiato, 1 rametto di rosmarino, 1 spicchio d’aglio, olio extravergine d’oliva, pepe e sale q.b.
Preparazione:

Lavate e sbollentate per 5 minuti in acqua salata i getti di broccolo. Scolateli tuffandoli subito in acqua e ghiaccio. Affettate a velo la cipolla e tritate assieme piuttosto finemente le foglie del rametto di rosmarino e lo spicchio d’aglio. Fate soffriggere cipolla e trito in mezzo bicchiere d’olio senza che abbiano a prendere colore. Unite i germogli di broccolo sgocciolati dall’acqua e la sopressa tagliata a dadini lasciando prendere colore. Nel frattempo lessate i bigoli tenendoli bene al dente. Scolateli e spadellateli accuratamente con il soffritto. Completate il piatto con una manciata di formaggio grattuggiato e una macinata di pepe.
Buon appetito da We Tour Guide!!!

Vicenza da Gustare – Il Riso

Il riso di Grumolo delle Abbadesse: tra storia e leggenda

RisoFino al Trecento in Veneto il riso era un cereale praticamente sconosciuto. Fu importato in Europa all’indomani dei viaggi in estremo Oriente di Marco Polo e, poco dopo, iniziò ad essere coltivato anche nel territorio padano.

Come noto, il Trecento fu un periodo caratterizzato da frequenti pestilenze aggravate da epidemie, guerre, carestie dovute anche all’esaurimento dei vecchi alimenti destinati alle plebi come il farro, il sorgo, la segale, l’orzo e il frumento.

Per la ripresa occorreva un prodotto agricolo altamente produttivo. Il riso lo era e nei successivi cinquecento anni andò consolidando la sua posizione di alimento strategico anche in Occidente.
Guardando alla sua ascesa nella dieta veneta, molti studiosi hanno definito il riso come un “vegetale rinascimentale”. E’ infatti nel Quattrocento che inizia la sua diffusione sulle tavole italiane.

Su questa falsa riga si innesta la storia del riso di Grumolo delle Abbadesse, un cereale la cui coltivazione ha inizio in questa zona attorno ai primi del Cinquecento.
Il suo nome ricorda le monache dell’abbazia benedettina di San Pietro di Vicenza che ebbero il territorio in feudo appena dopo il Mille e che, con lungimiranza, diedero inizio alla bonifica dei terreni. Furono loro a dar vita al disboscamento e al prosciugamento degli acquitrini tra Vicenza e Padova, costruendo quei canali ancor oggi utilizzati “per condur a Grumolo acque per risara”, come recita un documento d’archivio.
E’ il Seicento a vedere un susseguirsi di richieste volte a destinare a risaia porzioni sempre più estese di terreno, segno che il riso è divenuto un prodotto molto richiesto e di alto valore commerciale. Con il tempo e con il mutare degli eventi, la cultura del riso si diffonde sempre più , nel corso del Settecento, soprattutto per opera della aristocrazia delle proprietà terriere, ma anche di semplici borghesi, possessori o locatari di terre limitrofe a quelle del convento, che sempre più spesso coltivano a risaia i loro terreni; tendenza forse facilitata dal fatto che, sul finire del ‘700 il convento, incapace di seguire la complessa gestione delle terre sempre più estese, comincia a locare a piccoli o medi affittuari anche i campi a risaia.

Le varietà che negli anni si sono affermate nel territorio di Grumolo delle Abbadesse sono: il Vialone Nano, e il Carnaroli. Il Vialone Nano, prima e unica IGP d’Europa, è da tutti considerato il capostipite dei risi da risotto più pregiati della produzione italiana. Fra tutti i tipi di riso pregiati è forse quello più adatto alla tradizione culinaria padano-veneta.

Ed ecco la ricetta che non è quella più tipica, risi e bisi, ma un’idea per un fine pasto: la torta di riso

Torta RisoIngredienti:
200 gr di riso
250 gr di zucchero
5 uova
1,5 litri di latte
50 gr di burro
La scorza grattugiata di un limone
Sale q.b.
Preparazione:
In abbondante acqua salate fate bollire il riso e scolatelo al dente, arrestando la cottura con acqua fredda se necessario. Amalgamatelo in una zuppiera con le uova, il latte, lo zucchero e la scorza di limone. Versate l’impasto in una teglia da forno imburrata al fondo e sulle pareti. Mettete qualche fiocchetto di burro sulla superficie e cuocete in forno a 200 gradi per oltre un’ora. La torta sarà pronta quando la superficie verrà coperta da una crosticina scura. Nell’impasto si può aggiungere un bicchierino di anice o rhum.

Buon appetito da We Tour Guide!!!

Palladio… in dettaglio

PALLADIO….. IN DETTAGLIO 

Domenica 19 marzo 2017

palladio in dettaglioVi piace mettervi in gioco? Vi piace scoprire il mondo divertendovi?
Ecco un itinerario primaverile e divertente adatto ai bambini ma che saprà coinvolgere anche i genitori e che permetterà di scoprire la città di Vicenza in modo diverso.

Il centro storico di Vicenza è conosciuto nel mondo per i monumenti di Andrea Palladio. Dietro ogni palazzo disegnato o ispirato dal grande Architetto, però, si celano spesso dettagli imprevedibili e curiosi, legati a storie di uomini e donne che nel corso dei secoli hanno lasciato il segno in questa città.
Un tour classico accattivante e utile per conoscere a fondo l’arte e la cultura di Vicenza, ma non solo..Risolvendo enigmi e ascoltando allegre filastrocche potrete scoprire particolari che non avreste mai notato.

Una sfida all’ultimo dettaglio per avvicinarvi all’arte e alla storia di Vicenza!
Requisiti necessari: curiosità, “occhio”, senso dell’orientamento!

numero chiuso – max 20 bambini accompagnati, per ogni turno
Età : 8-12 anni

Palladio in dettaglioPRENOTAZIONE OBBLIGATORIA
Partecipazione gratuita 

I turno – ore 14.30
II turno – ore 16.30

Ritrovo a Piazza Castello – Sotto la Statua di Garibaldi
INFO E PRENOTAZIONI : info@wetourguide.it
Cell. 3382106507 -3384103735

 

 

Ville della Riviera del Brenta

La Riviera del Brenta è un luogo di straordinario fascino che si stende lungo le rive del Brenta, da Stra a Fusina, collegando Padova con Venezia.
La canalizzazione di questo tratto di fiume risale al XVI secolo. Le sponde del nuovo naviglio si trasformarono a poco a poco in un luogo di mondanità e ozio dell’aristocrazia lagunare, facilmente raggiungibile da San Marco con la famosa imbarcazione chiamata il Burchiello.
I nobili veneziani, attratti dalla campagna, fecero costruire lungo il canale le proprie dimore. All’inizio tali costruzioni, come nel resto della terraferma, assunsero un ruolo di controllo e di sfruttamento agricolo dei vasti terreni ad esse collegati ; in seguito si trasformarono in lussuosi edifici riccamente decorati dai più grandi artisti e adibiti all’accoglienza di foresti ed ospiti che dovevano rimanere stupiti e ammaliati dallo splendore e dalla ricchezza dei degli aristocratici proprietari.
Andrea Palladio, Vincenzo Scamozzi, Giuseppe Jappelli, Giambattista Tiepolo, sono alcuni degli illustri nomi che hanno reso questo territorio straordinario non solo per gli amanti dell’arte ma anche per tutti quelli che desiderano contemplare la perfetta armonia tra le opere dell’uomo e la natura.

Angeli-Giuseppe-Sacrifice-of-Iphigenia-1760-fresco-Villa-Widmann-MiraOggi, molte delle ville del Brenta sono proprietà privata e non visitabili, ciò nonostante una gita lungo la riviera consente di ammirarne parecchie. Le dimore patrizie visitabili tra Dolo, Stra e Mira sono : Villa Foscarini Rossi, la prima che s’incontra sulla strada dopo il centro di Stra, nota per il Museo dell Calzatura; Villa Pisani, la più imponente e la più nota non solo per gli affreschi di Giambattista Tiepolo ma anche per i suoi giardini in cui è inserito il famoso labirinto; Villa Widman a Mira; infine, nei pressi di Fusina, Villa Foscari detta La Malcontenta, costruita su progetto del Palladio.

Villa malcontenta

Visitate le Ville con le Guide di  WeTour : sarà una giornata che vi farà conoscere una località unica in Italia dove l’arte la storia e il paesaggio vi cattureranno e vi faranno vivere momenti indimenticabili!

Villa Cordellina Lombardi


villa_cordellina_venere-e-marteVILLA CORDELLINA
a Montecchio Maggiore Eretta per volontà del giureconsulto veneziano Carlo Cordellina Molin (come Palazzo Cordellina a Vicenza), la villa fu progettata dall’architetto veneziano Giorgio Massari, che si ispirò a moduli palladiani.

I lavori di costruzione durarono dal 1735 al 1742, anno in cui il Massari preparò il progetto per le barchesse, portate a termine verso il 1760. Al progetto collaborò anche l’architetto Francesco Muttoni.

Nel 1743 Giambattista Tiepolo era presente ai lavori contribuendo alla decorazione del salone principale della villa con un ciclo di affreschi ispirati ai fasti di Scipione l’Africano ed Alessandro Magno. Ciò è testimoniato da una lettera che il pittore inviò all’amico Algarotti in cui narra il procedere del suo lavoro.Tiepolo_Cordellina

La villa rimase di proprietà della famiglia Cordellina fino ai primi decenni dell’Ottocento. Dopo essere stata usata anche come sede di allevamenti di bachi da seta e come collegio, nel 1943 il complesso passò al conte Gaetano Marzotto e nel 1954 a Vittorio Lombardi, che promosse un’imponente opera di restauro della residenza e dei giardini annessi.

Nel 1966 la vedova Lombardi cedette la proprietà del complesso alla Provincia di Vicenza, attuale proprietaria. Grazie agli incessanti lavoro di recupero e restauro iniziati nel dopoguerra, il sito è stato infine riportato in anni recenti al suo antico splendore, con la ristrutturazione degli immobili e la risistemazione dei giardini.
La villa è attualmente utilizzata come sede di rappresentanza della Provincia di Vicenza, la quale ha continuato l’opera di restauro intervenendo sugli affreschi del Tiepolo. Il complesso della villa è utilizzato per convegni, concerti ed attività culturali.

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Le ville venete e la moda del ‘700

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L’INCANTO DELLE VESTI DEL SECOLO DEI LUMI

L’abito fa il monaco?

A questa domanda ancora non sappiamo rispondere, ma di certo sappiamo che l’abito fa la storia. Ogni epoca ha i suoi grandi eroi, e nel nostro immaginario sono tutti identificati proprio dalla loro “mise”: Giulio Cesare con la toga, Alessandro Magno con corazza e schinieri, la regina Elisabetta I con inamidatissime e voluminosissime gorgere… Per poi giungere ai fasti di Versailles, dove Maria Antonietta e Madame de Pompadour e tutto il loro seguito dettavano le nuove regole della moda: il 1700 vede un rinnovamento profondo della moda dettato da un nuovo spirito, più frivolo e mondano, che coinvolge anche il modo di vestire sia maschile che femminile. Da una parte gli indumenti si semplificano, diventano più sobri e meno appariscenti, ma al tempo stesso si afferma una altro concetto di eleganza basato sui dettagli, le tinte tenui e i tocchi esotici. Nasce il rococo, proprio nel momento in cui le nostre ville venete diventano luoghi per le feste e il divertimento.

Vediamo allora di capire cosa succede nel guardaroba di dame e gentiluomini dell’epoca di Voltaire e di Newton, quando la ragione governa tutti, ma proprio tutti i dettagli della vita di ogni giorno, ma dall’altro lato il fine ultimo dell’aristocrazia veneta era proprio di stupire.

Strumento di seduzione o strumento di tortura? 

PANIER_01Il busto rappresentava la chiave di volta dell’abbigliamento femminile. Il più grande desiderio di tutte le dame era avere un vitino di vespa, ossia una circonferenza tale, da contrastare l’ampiezza delle loro gonne. Si diceva, infatti, che una bella donna dovesse avere una vita che un uomo potesse circondare con due mani. A differenza di oggi, che viene utilizzato soprattutto come strumento di seduzione, il bustino non veniva indossato a pelle ma sopra la camicia di pulizia e il suo uso era strettamente correlato alla credenza che l’essere umano una volta nato, necessitasse di un tutore fisico per mantenerlo in forma. Il busto non modificava solo la dimensione della gabbia toracica e del punto vita, ma anche la posizione delle spalle schiacciandole verso il basso e mantenendo la braccia contratte all’indietro, in una posa che a noi può sembrare una tortura innaturale, ma che fu un imprescindibile diktat estetico fino ai primi del Novecento. Era fatto in tessuto, reso rigido dalle stecche di balena che il bustaio bagnava per renderle morbide ed elastiche per essere in grado di fissarle stabilmente. La moda imponeva vi fosse un capo adatto ad ogni occasione: da casa, da giardino, da visita, da carrozza, da passeggiata, da viaggio si può quindi immaginare la quantità di busti che doveva comprendere un guardaroba di una dama elegante. Allacciare un busto, tra le altre cose, poteva risultare un’operazione davvero laboriosa e faticosa per questo, richiedeva forzatamente l’aiuto di un’altra persona. In quell’epoca era impensabile che chiunque, eccetto il marito o i clienti per una cortigiana, potessero vedere una dama abbigliata con il solo bustino: era un oggetto di grande intimità fisica.

Il “Panier”, strumento di tortura o accessorio indispensabile per ogni dama?

Letteralmente dal francese si traduce in “cestino” o “canestro”. Ma che legami esistono tra questo termine e la moda? Nel secolo XVIII all’interno delle corti europee furoreggiava tra le dame la “moda del panier”:  si trattava di uno strano oggetto che rendeva le gonne degli abiti tese davanti e dietro e talmente larghe sui fianchi da poterci comodamente appoggiare anche i gomiti. Era fatto in un tessuto reso rigido dalle stecche, a volte, reso ancor più duro dalla cera o da crini di cavallo. L’obiettivo, come nel busto, era quello di modificare il corpo in base allo stile del momento e fare da base e da sostegno al peso delle vesti. E’ ovvio che l’uso del panier costringeva le “povere” dame a una vita quotidiana non troppo comoda: per salire in carrozza erano costrette a compiere vere e proprie acrobazie e per entrare e uscire da una stanza dovevano per forza passare di lato attraverso le porte per evitare di restare incastrate tra gli stipiti.

ANDRIENNE_01Per rispondere all’esigenza di una figura femminile, aggraziata, leggiadra e vivace, nel ‘700 inizia a essere in voga un abito di origine francese utilizzato per quasi tutto il secolo da tutte le dame delle corti europee chiamato Andrienne.  In Italia si diffonde soprattutto a Venezia come viene testimoniato anche nelle commedie di Goldoni. Si trattava di una lunga veste da camera femminile, introdotta nella moda nel 1704 dall’attrice Therèse Dancourt che lo indossò durante la recita dell’Andrienne. Si trattava di un lungo mantello di tessuto raccolto sul retro da molte pieghe libere fissate sulle spalle che aderiva al busto chiudendosi davanti con una ricca pettorina e aperto sulla parte inferiore per mostrare l’ampia sottogonna. La pettorina, era un elemento intercambiabile dell’abito, spesso decorata con rouches, nastri o gioielli preziosi ed era fissata al busto con degli spilli. Lo scollo dell’abito era rigorosamente quadrato e il collo delle dame veniva impreziosito da collane di perle o importanti gioielli, oppure da del nastro arricciato in tinta con l’abito, chiamato collaretta.

L’eleganza del gentiluomo parte dalle piccole cose

musab15Se volete torturare una donna portatele una pila di camice da stirare! Le camicie maschili poi, sono sempre le più ostiche e complicate.. Anche se l’importanza della camicia crebbe nell’abbigliamento maschile nel periodo barocco, la sua origine è molto più antica. Nel ‘700 aveva un taglio geometrico, era ricca di tessuto arricciato sul collo e sui polsi che era trattenuto da alcuni nastri e veniva chiamata “camicia di pulizia” solitamente, bianca e di lino per i ricchi signori o di cotone per i meno abbienti. Sul petto aveva un’ ampia apertura, per essere indossata più facilmente e veniva poi ricoperta dallo “jabot” trattenuto sul collo dalla cravatta; entrambi gli accessori erano amovibili e personalizzabili in base all’esigenza estetica, come del resto, i pizzi dei polsi detti manichetti. Vi immaginate quanto tarderebbe alla mattina un uomo per vestirsi se questa moda si fosse conservata? Sicuramente, non potrebbe più muovere critiche a noi donne che siamo note per spendere parecchio tempo nella vestizione!

Dalla seconda metà del XVII secolo si era diffuso in Europa il fenomeno dell’esotismo grazie al successo delle importazioni di tele orientali stampate o dipinte, che avevano coinvolto le mode vestimentarie e l’arredamento di palazzo. In questo periodo, i ceti più abbienti avevano conosciuto e apprezzato la comodità del déshabillé attraverso sciolte vesti esotiche usate come vesti da camera. Nel ‘700 la veste da camera maschile era il Banyan di carattere esotico e confezionata con ricchi tessuti indiani o cinesi: si trattava di un’ ampia sopraveste di taglio orientale a cui si aggiungevano i tagli geometrici delle vesti con le maniche a kimono. Indumento domestico ma raffinato, il Banyan veniva utilizzato per ricevere gli amici o per le passeggiate mattutine oppure veniva addirittura scelto come “mise” per ritratti informali e realisti.

Ricci e capricci

Ma quanto tempo passano le donne per pettinarsi? Di qualsiasi tipologia siano i loro capelli, lisci o ricci, corti o lunghi le donne trascorrono ore ad acconciarsi con spazzole, piastre, phon o bigodini. Quanto tempo impiegavano le dame del 700 per fare altrettanto? Le acconciature almeno agli inizi del secolo dei Lumi, al di là di quel che si crede, erano molto piccole, spesso MANTEAU_02caratterizzate solo da ricci raccolti sulla nuca e fermati con dei nastri o con delle cuffie in pizzo. Solo in un secondo tempo iniziarono ad essere elaborate e artificiali. Ciò che non poteva essere raggiunto con i capelli naturali era aumentato, infatti, con delle parrucche. Quest’epoca fu un’esplosione di acconciature stravaganti, una reazione totalmente opposta al pudore e la modestia dei secoli precedenti.

L’uso delle parrucche da parte degli uomini cominciò ad essere molto popolare nel tardo Seicento, durante il regno del Re Sole. Tutta la sua corte cominciò a indossare parrucche, e visto che, la Francia dettava la moda Europea di quell’epoca, il loro uso si diffuse in molte corti del vecchio continente. I gentiluomini indossavano la parrucca e fermavano i capelli con un nastro formando una coda, quest’ultimo veniva portato in avanti e con esso si richiudeva la camicia: in tal modo la coda restava fissa e l’uomo acquistava un nuovo decoro sulla camicia. A volte, la coda veniva raccolta in un sacchetto di tessuto in raso di seta o di velluto di colore nero, chiamato rospo, atto a far sì che la parrucca incipriata non sporcasse le spalle della marsina.

Borse che passione!!!                                                                                                                                                                                     

Noi donne, si sa, nutriamo un amore incondizionato nei confronti delle borse. La borsa, per una donna, rappresenta un alter-ego, un’amica, un pronto soccorso, una protagonista della sua identità perché ne rispecchia il suo stile e lo definisce. Già nel 700 un accessorio molto importante della dama di corte era rappresentato dalla borsa che però doveva essere di piccole dimensioni, arricciata e realizzata a mano con decorazioni di piccole perle: gli abiti erano talmente larghi che rendevano la borsa vera e propria troppo impegnativa. Ma nel Settecento era compito del cicisbeo di porgere alla dama da lui servita ciò di cui aveva bisogno, e allora, che cosa contenevano quelle borse? I piccoli modelli da sera spesso custodivano il carnet di ballo o altri minuscoli oggetti poi, verso le fine del secolo, con il diffondersi dei viaggi, della villeggiatura e delle passeggiate all’aperto, fu necessario riscoprire la comodità della borsa dove si potevano infilare il portamonete, i sali, lo specchietto, il taccuino o la tabacchiera.

Attaccar bottone

ACCONCIATURA_03Nel 1715 muore il Re Sole e con lui tramonta il barocco nella moda maschile che subisce una profonda rivoluzione: da un lato gli abiti diventano più sobri, meno ricercati e si semplificano, dall’altro però inizia ad affermasi un altro concetto di eleganza basato sui dettagli, le tinte tenui e i tocchi esotici. Si definiscono i pezzi dell’abbigliamento maschile che, pur con mille evoluzioni, sono giunte fino ai giorni nostri ossia la camicia, le braghesse, il sottomarsina e la marsina. La marsina era la giacca del gentiluomo che veniva portata molto lunga e rigorosamente aperta per mostrare il panciotto o sottomarsina (fatto dello stesso tessuto della marsina). La giacca era caratterizzata da lunghe file di bottoni con asole decorate, ampi paramaniche e spacchi laterali che permettevano al gentiluomo di indossare la spada che rappresentava un accessorio indispensabile per essere ricevuto a corte. Le braghesse o pantaloni erano corte al ginocchio, fissate con fibbie o bottoni e, per tutta la prima parte del secolo, erano le calze a coprire il ginocchio, mentre, dalla metà del secolo, queste ultime venivano indossate comodamente sotto le braghesse che si aprivano sul davanti con una normale apertura a bottoni uguale a quella odierna. Anche la figura maschile risentiva dei canoni dettati dalla moda e per questo motivo,l’uomo, per essere alla moda, doveva avere una forma piramidale, che dalle spalle strette si allargava progressivamente verso ventre e fianchi. I bottoni attaccati agli abiti maschili era ciò che più attirava l’attenzione, potevano essere di stoffa o dipinti, di madreperla o di osso, in fine porcellana o di pietre preziose. Erano così importanti che i nobili, mentre si intrattenevano in lunghe conversazioni con un pari grado, usavano toccarli per guardarli meglio, questa insolita abitudine, soprattutto se le conversazioni erano piuttosto lunghe, si concludeva con uno o più bottoni rimasti tra le mani del proprio interlocutore da qui la celebre espressione “attaccare bottone”.
L’antenato dell’ombrello.

Sul capo il nobiluomo indossava un cappello meglio noto come tricorno, copricapo maschile tipico del Settecento che alla fine dello stesso secolo, iniziò ad essere indossato anche se in forme più modeste, dalle dame. La sua fabbricazione di questo cappello era lunghissima e laboriosa e si utilizzavano feltro e pelo di castoro o di lepre (per le classi più abbienti o semplicemente feltro per le classi più povere. Era molto pratico quando pioveva perché le parti ritorte della tesa fungevano da “grondaia” indirizzando l’acqua piovana lontano dal viso.La cosa curiosa è che, molto spesso, il tricorno non veniva indossato in testa, ma sotto l’ascella, per non sciupare la parrucca.

 

Villa Cordellina Lombardi -26 Febbraio 2017

Ci rincresce comunicare che per motivi tecnici indipendenti dalla nostra volontà l’evento è stato annullato e rimandato a data da destinarsi.

Sarà nostra cura comunicarvi, appena possibile, la nuova data.


Per  informazioni
info@wetourguide.it       cell: 3402549815

 

Domenica 26 Febbraio, in concomitanza con il Carnevale, Villa Cordellina Lombardi di Montecchio Maggiore (VI) aprirà le sue porte ancora una volta ad un evento speciale e inedito. I nobili Carlo e Giulia Cordellina saranno i protagonisti di uno spettacolo che farà rivivere il complicato e affascinate cerimoniale della vestizione del “nobil signore” del Settecento.

MANTEAU_02Un’occasione unica per conoscere le lussuose abitudini e gli splendidi abiti del secolo dei Lumi.

Lo spettacolare salone affrescato da Giambattista Tiepolo farà da sfondo a questa rievocazione storica a cura dell’Associazione culturale Ispirazione, specializzata in eventi sulla storia del Costume.

Le nostre Guide We Tour  svolgeranno una visita guidata  prima dello spettacolo, per conoscere la villa, i suoi segreti e le abitudini dei Signori Cordellina.

1° turno : ore 14.45 visita guidata + spettacolo

2° turno : ore 16.45 visita guidata + spettacolo

Costo:  12 euro
Ingresso Gratuito per bambini fino a 12 anni

L’arte della panificazione

Prima di acquisire il “nome d’arte” Palladio, il noto architetto era conosciuto come Andrea di Pietro della Gondola, un patronimico.
Ma che lavoro faceva il papà di Andrea? Il mugnaio. La relazione tra il mestiere di costui e la famosa imbarcazione veneziana è presto spiegata. In un tempo in cui le pale dei mulini erano azionate sfruttando soprattutto l’energia idrica, non era insolito vedere uomini come Pietro risalire il fiume più volte al giorno, su grosse barche -tipicamente venete- cariche di sacchi di grano e farina da trasportare tra i numerosi mulini disseminati lungo le rive dei corsi d’acqua.

MulinoNel territorio vicentino, fino all’inizio del Novecento (quando furono introdotti i motori a vapore) esistevano centinaia di mulini da cereali, e altrettanti erano coloro che praticavano l’arte: i cosiddetti munàri. Produttori e commercianti di un genere alimentare di prima necessità, i mugnai occupavano una posizione sociale di tutto rispetto, essi sapevano leggere, scrivere e far di conto, possedevano spesso qualche appezzamento di terra e un bel cavallo da tiro… erano un ottimo partito per le giovani don58._Molinaro-_-_Le_Arti_di_Bologna_(Annibale_Carracci)ne del villaggio!

fornoStrettamente legato al munàro era la figura del fornaro, il fornaio, ovvero colui che produceva il pane. Anche se la
polenta rimaneva il cibo base della dieta delle classi rurali, nella città di Vicenza e nei centri maggiori della provincia il consumo di pane rappresentava una forma assai diffusa di alimentazione. Si produceva il pane bianco o il più economico pane moro (con la farina grezza) e il pan biscotto che conservava bene il suo sapore per diversi giorni. I forni erano di piccole dimensioni, costruiti artigianalmente con un piano di cottura coperto da soffitto a volta. Avevano un’apertura sul davanti che veniva chiusa da una porticina di ferro o ghisa. La manodopera era prevalentemente costituita dal proprietario del forno e dai suoi familiari, con la collaborazione, talvolta, di un garzone a cui si insegnava il mestiere e si dava vitto e alloggio. Il lavoro del fornaio era fra i più duri: egli doveva alzarsi nel cuore della notte per lavorare l’impasto preparato il pomeriggio prima e lasciato lievitare col levà (lievito madre). Ne ricavava dei grossi filoni che venivano poi passati alla gràmola, un arnese di legno usato per spezzettare i filoni di pasta in porzioni di uguale grandezza che venivano poi modellati nelle diverse fogge desiderate: ciòpe, mantovane, borèle,… Dopo un altro paio d’ore di lievitazione, le forme venivano immesse nel forno precedentemente pulito e liberato dalla cenere, così che nelle prime ore del giorno la gente potesse correre a comprare il pane appena sfornato, morbido e fragrante.

Un vero artista del pane fu Massimiliano Saggiorato, della zona di Noventa Vicentina, che nel primo Novecento costruì un forno di mattoni vicino alla grande casa rurale dove la famiglia abitava da generazioni, all’interno della “corte” cinta da mura con l’aia, le barchesse, i porticati, la stalla, il pozzo, la ghiacciaia e la legnaia: un vero villaggio in miniatura! Il profumo del suo pane risvegliava tutta la comunità, e quando soffiava lo scirocco chissà, forse arrivava alle narici dei signori di quella storica, splendida villa settecentesca che ancora oggi possiamo ammirare nella campagna poco distante.

Pane

Fonti:
Ricerca dell’istituto Rezzara, Volti della civiltà rurale vicentina, Ed. Rezzara, Vicenza, 1999
Mestieri e Saperi fra città e territorio, a cura di Giovanni Luigi Fontana e Ulderico Bernardi, Neri Pozza Editore, Vicenza, 1999

 

 

Vicenza da gustare

radicchiio-paesaggioCi sono tanti modi per conoscere un territorio: si possono scegliere l’arte e i monumenti oppure le bellezze naturali, la storia o la civiltà locale.
Esiste
però una modalità che è la fusione di tutti questi aspetti: il patrimonio rappresentato dall’enogastronomiaperché è proprio lì, nella tradizione agroalimentare, tra i sapori, i profumi e i colori delle “cose buone”, che si trova l‘anima di un territorio. L’inverno è senza dubbio la stagione del radicchio rosso, nome botanico Cichorium intybus; un ortaggio che si è fatto strada e ormai lo troviamo nell’Olimpo dei prodotti usati dai grandi chef.

Curiosa è innanzitutto la sua storia….considerato per secoli, a torto, una pianta di poco conto tanto che le sue foglie erano utilizzateradicchio_particolare_-nozze-cana prevalentemente come foraggio per gli animali e le sue radici, seccate e tostate utilizzate come surrogato del caffè, il radicchio è di lontana origine asiatica arriva nei possedimenti di terra della Repubblica di Venezia nel Quattrocento.

Oggetto di studi nei giardini botanici veneti già nel secolo successivo, solo nell’Ottocento il radicchio rosso inizia ad essere consumato sulle tavole venete, sia crudo che in tegame. Altre varietà venivano invece seminate in estate ed areano consumate in autunno fino a primavera come“zermoi” che erano protetti dal freddo coprendo le “vanese” con foglie secche.

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Arte e mestieri

Vicenza e la sua provincia sono da sempre note per l’operosità e la capacità imprenditoriale.

Le eccellenze che caratterizzano il nostro territorio affondano le loro radici in un tessuto produttivo e commerciale dinamico e ben strutturato, attento alla qualità apprezzata sia nei mercati interni italiani che all’estero

Gli itinerari che proponiamo vogliono portare alla scoperta di queste radici operose dei vicentini che vedono protagonisti soprattutto abili artisti –artigiani che sanno mettere al servizio della modernità la sapienza appresa di padre in figlio.

Busato_Daniela_artsandcrafts_2014ARTE E MESTIERI è un percorso guidato in centro a Vicenza che prevede la visita a laboratori artigianali. Tra palazzi antichi, botteghe storiche e uomini di oggi scoprirete una Vicenza inedita che apre le sue porte lungo le tradizionali vie dello shopping e in angoli seminascosti e suggestivi. Alla visita guidata può essere abbinato una laboratorio presso un’attività artigianale del centro storico. (Stampe artistiche, lavorazione della Carta, la storia del cappello).

Uno dei settori che maggiormente hanno reso famosa Vicenza è manifattura tessile. Marzotto e LaneRossi sono due marchi conosciuti in tutto il mondo ed è molto interessante visitare i luoghi dove tutto ha avuto inizio. Il nostro itinerario VALLE DELL’AGNO e dintorni vi porterà a scoprire la Città Sociale creata dal Conte Marzotto a Valdagno, il Polo industriale Rossi di Schio, oggi patrimonio di archeologia industriale e il Museo delle macchine Tessili di Valdagno, i punti salienti di un tour tematico affascinante e inusuale. Lungo il percorso ci si può fermare ad ammirare alcune delle numerose ville o chiese che ingentiliscono questo territorio, tra le quali Villa Marzotto a Trissino costituisce una tappa irrinunciabile

Se invece si preferisce la Vallata del Brenta, a nord di Vicenza, per le sue dolci colline e per la Città di Bassano, allora vi consigliamo l’itinerario PASSATO E PRESENTE DELLA MANIFATTURA VICENTINA che vi porterà alla scoperta di un laboratorio artistico particolarmente suggestivo : il laboratorio Bonfanti.Renata-Bonfanti-storia-design

Qui artigianato e arte si incontrano per dare vita ad un’atmosfera affascinante. Visitare il luogo dove sorge l’attività che vede protagonista un’artista internazionale come Renata Bonfanti, ci permetterà di vivere un’esperienza unica che potrà continuare nella città di Bassano del Grappa che con i suoi negozi e le sue vie piene di gente offre sempre uno spaccato di vitalità vicentina piacevole e rilassante. Infine una degustazione della famosa Grappa sarà d’obbligo, su uno dei ponti più famosi al mondo.

Rimanendo sempre a ridosso delle montagne vicentine si può continuare ad esplorare il mondo della manifattura veneta con un percorso ricco di sorprese e di colore: quello della Ceramica. Il TOUR DELLA CERAMICA prevede la visita di Bassano e di Nove, a pochi chilometri di distanza. Resterete sicuramente incantati dalla ricchezza degli articoli in ceramica esposti nei vari negozi della città, ma non vi lasceremo solo guardare il manufatto finito; vi condurremo anche a sbirciare nel retrobottega di qualche laboratorio dove vi si aprirà un mondo fatto di pazienza e bravura che affonda le sue radici lontano nel tempo. A Vicenza, in particolare, la produzione ceramica ebbe un forte impulso a partire dal 1700 con la famiglia Antonibon che ottenne privilegi particolari da Venezia per la sua produzione riuscendo addirittura ad aprire un negozio nella città lagunare. La fortuna della Ceramica di Nove e Bassano fu facilitata anche dalla nascente moda di sorbire bevande come il caffè, il tè e la cioccolata presso le dimore patrizie o nei Caffè, appena comparsi nel piazze delle città. Tale moda impose un nuovo rituale, ovvero l’utilizzo di tazze, piatti e piattini e che, secondo lo stile del tempo, erano decorati con motivi ispirati al lontano Oriente. L’esperienza si può concludere con la visita del Museo della Ceramica di Nove dove potrete scoprire tutte le tappe secolo dopo secolo di questa affascinante storia.

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