I mercatini di Natale di Bassano del Grappa

Sarà il GUSTO il protagonista del Natale 2016 nei mercatini di Bassano del Grappa, e sarà lui il filo conduttore
delle attività proposte dalle bancherelle durante le festività natalizie. 

Caldarroste, vin brulé, idee nuove per il pranzo di Natale, spunti per decorare la casa e la tavola della Veglia. Anche quest’anno il programma degli eventi di Bassano del Grappa per il periodo natalizio è ricchissimo.

L’atmosfera di questa bellissima città si ravviva con le luci delle luminarie e con l’atmosfera gioiosa dei mercatini. La loro tradizione, è vero, viene dal nord: i primissimi mercatini sono stati quelli dell’Alto Adige, ma la tradizione viene piuttosto da Austria e Germania, dove da sempre le città si colorano di rosso e oro nel mese di dicembre.

E’ anche vero, però, che Bassano risente da sempre dell’influenza del nord Europa. Trovandosi all’imbocco della Valsugana, fin dall’antichità è stata il primo avamposto per chi scendeva la valle del Brenta dai territori germanici per approdare nella pianura Padana. Difatti Bassano è una delle poche cittadine dove le piazze sono disposte una in fila all’altra, anziché in raggruppamenti come accade nella maggior parte delle altre città.

Non è quindi difficile trovare un po’ di atmosfera del nord anche a pochi passi da casa nostra, e l’occasione dei mercatini di Natale è quella giusta!

Dal 17 novembre al 26 dicembre 2018 , nella piazza Garibaldi e nella Piazza Libertà a Bassano, un ricco programma di eventi e manifestazioni. E soprattutto di golosità!

I migliori street food a Vicenza

…..per una pausa di qualità

Per il viaggiatore curioso non c’è nulla di più attraente che un posticino dove andare a degustare qualche specialità, lontano dai circuiti turistici e frequentato dalla gente del luogo.
A Vicenza i buoni ristoranti non mancano, ma se preferite invece sbocconcellare qualcosa di gustoso e tipico senza fermarvi per ore seduti a tavola, ecco un vademecum per deliziare il palato e soddisfare la curiosità di conoscere la città al di là dell’arte e della storia.
Vale una sola regola: abbandonate completamente l’idea che a Vicenza si mangia solo bacalà (….o gatto? ) e si beve solo lo spritz. Tra un cicheto (qualcosa che assomiglia alle tapas, un bocconcino a base di pesce, carne o verdure), e un bicchiere di buon vino per ritemprarsi dalle lunghe camminate, potreste riscoprire una genuinità e un’originalità insospettabili.
La nostra non è una classifica, ma una piccola guida per assaggiare un morso di Vicenza. I locali che indichiamo sono sicuramente tra i migliori che abbiamo provato, e sono alcuni tra quelli che ci sentiamo di suggerire. La lista è lunga, e nelle prossime rubriche vi sveleremo altri percorsi del gusto!
Cincinnino_1Il Cincinnino – www.facebook.com/ilcincinnino
Corso Fogazzaro 73
Aperto dal martedì al sabato 11-14 e 18-22
Chiuso la domenica e il lunedì

Autentico street food di qualità, unisce il vero gusto della Toscana trova ospitalità nel pieno centro storico della città di Palladio. Il piccolo banco straripa di delizie che vanno dai crostini, alla Pappa al Pomodoro, per finire con la schiacciata alla porchetta o alla finocchiona. Ma il fiore all’occhiello di questo locale è il Wine Dispenser, che permette di conservare e servire i vini alla temperatura e alle condizioni ideali: tra i bianchi non mancano Sauvignon, Chardonnay e il toscanissimo Campotrovo. Imperdibile tra i rossi il Morellino, ma sarà il Cingalino che stupirà le vostre papille. Magari abbinato al Crostino con Salsiccia e Stracchino, vera specialità gourmet di questo sfizioso locale.
Bar Borsa_1

Il Bar Borsa – www.barborsa.com
Piazza dei Signori, 26
Aperto il lunedì dalle 18.00 alle 2.00
dal martedì alla domenica dalle 10.00 alle 2.00

Facilissimo da trovare: basta non limitarsi a guardare la Basilica Palladiana, ma passare sotto le sue logge, dove si scorgeranno i coloratissimi tavolini di questo locale, al riparo delle arcate medievali. A qualsiasi ora si approdi qui si troverà pane per i propri denti: in tarda mattinata si parte con un brunch a base di uova, pancetta e omelette, passando poi per gli appetitosi club sandwich. Non mancherà un ritorno alla tradizione vicentina con un buon piatto di polenta e bacalà. La cucina avrà sicuramente ampia scelta anche per i vegetariani ai quali è dedicato un menu ad hoc.
Al Bar Borsa, la sera, non manca la musica live. Ecco che accompagnati dal sound check del gruppo jazz di turno, si può gustare uno dei loro originalissimi cocktail: provate il 10 e lode, gin e tonica homemade, e Palladio non avrà più alcun segreto per voi!

lA mENEGHINA_1 La Meneghina – www.meneghina.com
Contra’ Cavour, 18
Aperto da martedì a venerdì 11-15 e 17 – 0.15
Sabato 11-2.00
Domenica 11-0.15
Chiuso il lunedì

Questo locale storico di Vicenza può essere considerato il Florian de noartri”. L’antica offelleria infatti è aperta fin dal 1791, e davvero ne ha viste di cose! I patrioti vicentini sobillavano rivolte nascosti in quella che oggi è una intima saletta nel sottoscala e si può dire che un pezzo di storia del nostro Risorgimento sia stata scritta proprio qui.
Oggi questo prestigioso locale è gestito invece da un team di giovanissimi imprenditori, la cui specialità è il “pezzo”, né focaccia, né pizza: una base di pasta fatta lungamente lievitare, fino a 48 ore, su cui si possono poi stendere strati di burrata, pomodorini, crema al radicchio o vellutata di zucca, pesce e verdure. Una volta sazi, nessun problema a concludere lo spuntino con un amaro speciale: la bottiglieria del locale è ben fornita di ogni genere di distillato. Che ne dite allora di cominciare con una focaccia con pomodorini confit, fior d’Agerola, dressing di basilico e olive taggiasche.. E poi finire con sbriciolona toscana, erbette di campo e ricotta.. Dite che sia troppo e non ce la fate più? Nessun problema: il motto della Meneghina è:  Se non puoi restare portalo via con te, if you can’t stay #takemeaway.

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Itinerari didattici tra le Ville Veneto

Proponiamo qui di seguito alcuni itinerari didattici per le visite d’istruzione per la conoscenza delle Ville Venete:

  • La nascita e lo sviluppo della civiltà di Villa: Villa Pisani Bonetti (Bagnolo di Lonigo) e villa Fracanzan Piovene (Orgiano)

Da Petrarca in poi, la civiltà del territorio veneto fonda il fulcro della sua economia attorno alle aziende agricole che forniscono sostentamento e ricchezza ai patrizi veneziani. Nasce così quel fenomeno storico, culturale ed artistico chiamato “società di villa”, di cui Andrea Palladio sarà il principale interprete, ma che continuerà fino alla caduta della Serenissima alla fine del 700.
Questo percorso permette di scoprire e comprendere tutti gli aspetti storici ed artistici che hanno portato alla nascita delle ville nella campagna veneta, dalle sue origini fino al suo pieno sviluppo.

  • Storie di civiltà attraverso la lettura degli affreschi nelle Ville Venete: villa Godi Malinverni (Lonedo di Lugo) e Villa Caldogno (Caldogno)

Chi erano i proprietari delle ville venete? Semplici imprenditori o raffinati intellettuali, amanti del bello e promotori di etica e di bellezza? E come si viveva nel Rinascimento? Una lettura mirata degli affreschi delle ville venete permetterà di conoscere il vero spirito dei loro committenti, i loro usi e le loro abitudini.

  • Giambattista Tiepolo, l’ultimo grande artista della Serenissima: Villa Valmarana ai Nani (Vicenza) – Villa Cordellina Lombardi (Montecchio Maggiore) e Villa Loschi Zileri Dal Verme (Monteviale)

Tiepolo è stato il maggior artista veneziano del 1700, colui che ha rappresentato i fasti e glorie dell’ormai decadente società veneziana, ad un passo dalla caduta della millenaria Repubblica di Venezia. Attraverso il colore e la luce è l’erede della tradizione pittorica veneta iniziata con Paolo Veronese, e sviluppatasi con Bellini, Giorgione e Tiziano.
Attraverso la raffigurazione di miti e storie epiche è possibile rintracciare i tratti caratteristici della società veneta del 1700, e ripercorrere le tappe dell’Illuminismo attraverso l’uso della luce e la scelta dei temi raffigurati.

  • Balli e feste di corte, la società veneta e la villeggiatura: Villa Pisani (Stra) e Villa Contarini (Piazzola sul Brenta)

Le grandi ville lungo la Riviera del Brenta raccontano i fasti della ricca società veneziana, che commissionava ai maggiori artisti dell’epoca le più belle opere d’arte giunte fino a noi: dall’architettura alla pittura e alla musica, attraverso giardini e saloni d’onore, si potranno ripercorrere ed interpretare i passaggi fondamentali della storia veneta dal 1500 al 1700.

  1.  La nobiltà in villa e i lavori di campagna: Villa Cordellina (Montecchio Maggiore) e Villa Fracanzan (Orgiano)

La più bella cucina settecentesca giunta fino a noi, una inestimabile raccolta di attrezzi agricoli, la cornice di una villa Veneta sullo sfondo di un laboratorio di allevamento di bachi da seta. Quali erano le principali fonti di economia nel Veneto del 1700? Attraverso la visita a Villa Fracanzan e a Villa Cordellina si rintracceranno i fili delle attività sulle quali si reggeva la società patrizia della Serenissima.

  1. Il purismo Palladiano: Villa Pojana (Pojana Maggiore), Villa Pisani Bonetti (Bagnolo di Lonigo), Villa Rotonda (Vicenza)

Palladio nel 1500 fu colui che interpretò il desiderio dei patrizi veneti, che vedevano nella villa il centro non solo economico, ma soprattutto culturale della loro società. La villa palladiana divenne in breve tempo il modello a cui si ispirarono tutti gli architetti d’Europa, ma che giunse ad ispirare anche gli artisti d’oltre oceano. Questo percorso permetterà di conoscere la villa palladiana in tutte le sue forme: da villa-fattoria fino a dimora di rappresentanza.

  1. Palladio e il contesto in cui è vissuto: la città di Vicenza e le ville Caldogno e Rotonda

La città di Vicenza è inserita nella lista dell’UNESCO e tutelata come patrimonio dell’umanità proprio per la presenza di un notevole numero di palazzi progettati da Palladio durante il Rinascimento. Negli immediati dintorni del suo centro storico si possono trovare due ville esemplari per comprendere a tutto tondo la sua arte: una perfetta villa-fattoria (villa Caldogno) inserita in un contesto agricolo ancora oggi perfettamente conservato; e la Villa Almerico Capra, detta la Rotonda, una residenza di riposo e di rappresentanza, modello di perfetta armonia tra architettura e natura.

Gli itinerari qui descritti possono essere condotti da Guide Turistiche abilitate ed esperte, che conoscono il territorio e la sua storia, e possono illustrarli agli studenti delle scuole che aderiranno al bando promosso dalla Regione.
Avvantaggiandosi del contributo finanziario offerto dal Bando, i costi da sostenere a carico del vostro Istituto sarebbero quindi minimizzati. La nostra proposta mira infatti ad ottimizzare le risorse finanziarie messe in palio da IRVV e Regione Veneto, e le competenze qualificate di “We Tour”, che possono quindi offrire un valore aggiunto alla visita delle ville che aderiscono al progetto.

Le tariffe riservate alle scuole per usufruire del servizio di visita guidata, come qui sopra descritto sono:

Visita guidata di mezza giornata (circa 3 ore) per una classe  € 110
Visita guidata di una giornata intera (circa 6 ore) per una classe  € 210
Visita guidata di mezza giornata (circa 3 ore) fino a 50 studenti  € 150
Visita guidata di una giornata intera (circa 6 ore) fino a 50 studenti  € 290

Le tariffe si intendono al lordo di imposte e contributi di legge – Nel caso di ville da raggiungere con mezzi propri verrà chiesto un contributo di € 30
Per la fatturazione elettronica si chiede un contributo fisso di € 20 a fattura per le spese amministrative.

Trekking urbano – Tra misteri e leggende

Grazie a tutti i temerari che hanno partecipato al Trekking Urbano del 5 novembre!

REPLICHIAMO IL 12 NOVEMBRE
 ore 14.30 sempre partendo da Piazza Castello.

ATTENZIONE: per tutti coloro che si sono iscritti il 5 novembre e che vogliono partecipare domenica 12,  mandateci una mail (info@wetourguide.it) o un sms (3384103735 – 3384379106) con il vostro nome e una conferma di partecipazione per il giorno 12, così potremo riorganizzare i gruppi!


In occasione della  Giornata del Trekking Urbano, dove il tema proposto a livello nazionale sarà “A passo di trekking tra leggende e misteri” We Tour propone un percorso a Vicenza e nei dintorni:

Leggende, favole, avventure e tradizioni vicentine. Dal centro storico, tra palazzi gotici e medievali, colonne infami, luoghi maledetti, fino al colle di San Bastiano e la Villa Rotonda, roccaforte della masnada del sanguinario Odorico Capra. Racconteremo la leggenda della sfortunata principessa di Villa ai Nani, la storia di Pigafetta, la tradizione del baccalà e la beffa dei “magnagati”, la vera storia di Romeo e Giulietta, e dell’astrologo e chiromante di San Lorenzo…
Un excursus storico e narrativo tra le vie del centro storico, Monte Berico e San Bastiano.
Sviluppo: circa 5,5 km
Durata: circa 3,5 ore

INFO E PRENOTAZIONI
info@wetourguide.it
3384103735 – 3384379106

 

IL PERCORSO

Partiremo da PIAZZA CASTELLO alle 14.45, e il percorso procederà poi verso il Giardino Salvi, realizzato come parco privato del Palazzo di Giacomo Valmarana che lo abbellisce con alberi da frutto e piante ornamentali, giusto alle porte della città.
Arriveremo poi alla chiesa di SAN LORENZO, per ascoltare la storia di Pietro Da Marano: alchimista, mago, astrologo e consigliere di Cangrande della Scala, finanziò il magnifico portale gotico della chiesa, uno dei capolavori di Vicenza.
Sarà poi la volta di CONTRA’ PORTI, la strada dove visse Luigi Da Porto, il vero autore della storia di Romeo e Giulietta. Attraversiamo la piazza per dirigerci alle abitazioni dei PIGAFETTA, celebre famiglia di avventurieri ed esploratori: Antonio Pigafetta scrisse il diario di bordo durante la spedizione attorno al mondo capitanata da Magellano.
Attraverso le vie del rione di Ognissanti, meglio noto oggi come quartiere di Santa Caterina, saliremo al colle di Monte Berico attraverso una stradina ricca di storie e leggende: dalle tradizioni legate al culto di Santa Libera (proprio il nome della “pontara”!) fino alle superstizioni più popolari tra i vicentini.
Passeggeremo quindi lungo SAN BASTIANO fino alla villa VALMARANA AI NANI: una sbirciatina al magnifico giardino fiorito ci darà modo di raccontare la leggenda della sfortunata principessa Laiana con i suoi servitori nani. Partiremo poi alla volta della celebre VILLA ROTONDA, capolavoro di Palladio, che fu per un certo tempo il covo di una masnada di furfanti e delinquenti. Nel 1848 vide anche il passaggio delle truppe di Radetzky, prima di essere superbamente recuperata e restaurata dagli attuali proprietari.
Rientreremo in città attraverso il percorso del trenino che collegava Vicenza con Noventa Vicentina, popolarmente chiamato “la Vaca Mora”: il servizio fu inaugurato nel 1911 ed era l’ultimo tratto di una complessa rete tranviaria che si era sviluppata in quegli anni, fino a diventare tra le più estese del Veneto.
Perché si chiamava “vaca mora”?
E cos’è successo alla villa Rotonda per farla diventare un covo di malfattori?
Perché la Pontara di Santa Libera si chiama così?

Il nostro itinerario svelerà questi e altri aneddoti meno noti tra i vicentini…a proposito: ma è vero che i vicentini mangiano i gatti??

Vi aspettiamo 🙂

COS’E IL TREKKING URBANO
Il Trekking Urbano è un’attività che coniuga sport, arte, gusto e voglia di scoprire gli angoli più nascosti e curiosi delle città, attraverso itinerari caratterizzati alcuni dislivelli e da scalinate, quando possibile. Si tratta di una forma di turismo adatta a tutte le età, senza un particolare allenamento preventivo. Oltre ad essere un’attività che fa bene al fisico e alla mente, il trekking urbano fa bene alle città perché permette di decongestionare le zone attraversate dai flussi turistici tradizionali, allargare il raggio delle visite alle aree più periferiche dei centri urbani e prolungare i soggiorni. I percorsi di trekking urbano possono essere declinati in varie tematiche, in maniera da poterli adattare ad eventuali altre manifestazioni istituzionali a tema:

  • Enogastronomia
  • Architettura
  • Arte religiosa
  • Parchi storici e giardini
  • Vie d’acqua…

A CHI È RIVOLTO

A tutti coloro che vogliono unire una camminata all’aria aperta alla conoscenza del territorio urbano di Vicenza. Requisito indispensabile è di essere in buona forma fisica e poter tenere un ritmo di camminata abbastanza sostenuto, ma comunque piacevole!

    

 

 

La torre civica e la misurazione del tempo nel Medioevo

Che ore sono? Facile rispondere oggi, un po’ meno qualche tempo fa quando a Vicenza l’unico orologio a scandire il ritmo delle giornate era quello della Torre Bissara, in piazza dei Signori.

L’orologio che vediamo oggi nel lato occidentale della torre risale al alla fine del 1600. Il tempo però veniva calcolato già in precedenza, anche se in maniera molto diversa da come siamo abituati oggi. La durata delle ore, all’epoca, non era esattamente regolare, ogni 60 minuti: capitava infatti che in estate un’ora diurna superasse i 75 minuti, a fronte di ore notturne lunghe appena 35 minuti… Tutto questo perché il dì e la notte erano divisi in 12 ore ciascuno, ma d’estate la durata delle ore diurne si dilatava, mentre d’inverno si restringeva, dilatandosi invece quello delle ore notturne: la durata di ogni hora variava con la stagione.

Cambiò tutto con la liturgia cristiana, per cui il tempo era scandito dalle preghiere dei monaci, che osservando il sorgere di determinate stelle, sapevano anche stabilire approssimativamente che ora fosse durante la notte.

Veniamo dunque al nostro orologio di piazza: agli inizi del XIV secolo in Italia compaiono i primi grandi orologi meccanici, che funzionavano attraverso un sistema di regolazione di pesi e “battevano” le ore e i quarti d’ora. Finalmente era possibile dividere il tempo in unità uguali tra loro!

Questo nuovo modo di contare le ore del giorno, caratterizzato dall’uso di orologi con 24 tacche (come quello della Loggia di Bassano del Grappa), si estese presto a tutta l’Europa con il nome di “ora italiana” e sopravvisse fino all’Ottocento.

A soppiantare l’ora italiana fu la consuetudine francese, che faceva iniziare il giorno con la mezzanotte. Dopo l’avvento di Napoleone, anche il nostro orologio di piazza si adeguò al nuovo ritmo, dal tocco prettamente francese!

 

Le ville venete e la moda del ‘700

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L’INCANTO DELLE VESTI DEL SECOLO DEI LUMI

L’abito fa il monaco?

A questa domanda ancora non sappiamo rispondere, ma di certo sappiamo che l’abito fa la storia. Ogni epoca ha i suoi grandi eroi, e nel nostro immaginario sono tutti identificati proprio dalla loro “mise”: Giulio Cesare con la toga, Alessandro Magno con corazza e schinieri, la regina Elisabetta I con inamidatissime e voluminosissime gorgere… Per poi giungere ai fasti di Versailles, dove Maria Antonietta e Madame de Pompadour e tutto il loro seguito dettavano le nuove regole della moda: il 1700 vede un rinnovamento profondo della moda dettato da un nuovo spirito, più frivolo e mondano, che coinvolge anche il modo di vestire sia maschile che femminile. Da una parte gli indumenti si semplificano, diventano più sobri e meno appariscenti, ma al tempo stesso si afferma una altro concetto di eleganza basato sui dettagli, le tinte tenui e i tocchi esotici. Nasce il rococo, proprio nel momento in cui le nostre ville venete diventano luoghi per le feste e il divertimento.

Vediamo allora di capire cosa succede nel guardaroba di dame e gentiluomini dell’epoca di Voltaire e di Newton, quando la ragione governa tutti, ma proprio tutti i dettagli della vita di ogni giorno, ma dall’altro lato il fine ultimo dell’aristocrazia veneta era proprio di stupire.

Strumento di seduzione o strumento di tortura? 

PANIER_01Il busto rappresentava la chiave di volta dell’abbigliamento femminile. Il più grande desiderio di tutte le dame era avere un vitino di vespa, ossia una circonferenza tale, da contrastare l’ampiezza delle loro gonne. Si diceva, infatti, che una bella donna dovesse avere una vita che un uomo potesse circondare con due mani. A differenza di oggi, che viene utilizzato soprattutto come strumento di seduzione, il bustino non veniva indossato a pelle ma sopra la camicia di pulizia e il suo uso era strettamente correlato alla credenza che l’essere umano una volta nato, necessitasse di un tutore fisico per mantenerlo in forma. Il busto non modificava solo la dimensione della gabbia toracica e del punto vita, ma anche la posizione delle spalle schiacciandole verso il basso e mantenendo la braccia contratte all’indietro, in una posa che a noi può sembrare una tortura innaturale, ma che fu un imprescindibile diktat estetico fino ai primi del Novecento. Era fatto in tessuto, reso rigido dalle stecche di balena che il bustaio bagnava per renderle morbide ed elastiche per essere in grado di fissarle stabilmente. La moda imponeva vi fosse un capo adatto ad ogni occasione: da casa, da giardino, da visita, da carrozza, da passeggiata, da viaggio si può quindi immaginare la quantità di busti che doveva comprendere un guardaroba di una dama elegante. Allacciare un busto, tra le altre cose, poteva risultare un’operazione davvero laboriosa e faticosa per questo, richiedeva forzatamente l’aiuto di un’altra persona. In quell’epoca era impensabile che chiunque, eccetto il marito o i clienti per una cortigiana, potessero vedere una dama abbigliata con il solo bustino: era un oggetto di grande intimità fisica.

Il “Panier”, strumento di tortura o accessorio indispensabile per ogni dama?

Letteralmente dal francese si traduce in “cestino” o “canestro”. Ma che legami esistono tra questo termine e la moda? Nel secolo XVIII all’interno delle corti europee furoreggiava tra le dame la “moda del panier”:  si trattava di uno strano oggetto che rendeva le gonne degli abiti tese davanti e dietro e talmente larghe sui fianchi da poterci comodamente appoggiare anche i gomiti. Era fatto in un tessuto reso rigido dalle stecche, a volte, reso ancor più duro dalla cera o da crini di cavallo. L’obiettivo, come nel busto, era quello di modificare il corpo in base allo stile del momento e fare da base e da sostegno al peso delle vesti. E’ ovvio che l’uso del panier costringeva le “povere” dame a una vita quotidiana non troppo comoda: per salire in carrozza erano costrette a compiere vere e proprie acrobazie e per entrare e uscire da una stanza dovevano per forza passare di lato attraverso le porte per evitare di restare incastrate tra gli stipiti.

ANDRIENNE_01Per rispondere all’esigenza di una figura femminile, aggraziata, leggiadra e vivace, nel ‘700 inizia a essere in voga un abito di origine francese utilizzato per quasi tutto il secolo da tutte le dame delle corti europee chiamato Andrienne.  In Italia si diffonde soprattutto a Venezia come viene testimoniato anche nelle commedie di Goldoni. Si trattava di una lunga veste da camera femminile, introdotta nella moda nel 1704 dall’attrice Therèse Dancourt che lo indossò durante la recita dell’Andrienne. Si trattava di un lungo mantello di tessuto raccolto sul retro da molte pieghe libere fissate sulle spalle che aderiva al busto chiudendosi davanti con una ricca pettorina e aperto sulla parte inferiore per mostrare l’ampia sottogonna. La pettorina, era un elemento intercambiabile dell’abito, spesso decorata con rouches, nastri o gioielli preziosi ed era fissata al busto con degli spilli. Lo scollo dell’abito era rigorosamente quadrato e il collo delle dame veniva impreziosito da collane di perle o importanti gioielli, oppure da del nastro arricciato in tinta con l’abito, chiamato collaretta.

L’eleganza del gentiluomo parte dalle piccole cose

musab15Se volete torturare una donna portatele una pila di camice da stirare! Le camicie maschili poi, sono sempre le più ostiche e complicate.. Anche se l’importanza della camicia crebbe nell’abbigliamento maschile nel periodo barocco, la sua origine è molto più antica. Nel ‘700 aveva un taglio geometrico, era ricca di tessuto arricciato sul collo e sui polsi che era trattenuto da alcuni nastri e veniva chiamata “camicia di pulizia” solitamente, bianca e di lino per i ricchi signori o di cotone per i meno abbienti. Sul petto aveva un’ ampia apertura, per essere indossata più facilmente e veniva poi ricoperta dallo “jabot” trattenuto sul collo dalla cravatta; entrambi gli accessori erano amovibili e personalizzabili in base all’esigenza estetica, come del resto, i pizzi dei polsi detti manichetti. Vi immaginate quanto tarderebbe alla mattina un uomo per vestirsi se questa moda si fosse conservata? Sicuramente, non potrebbe più muovere critiche a noi donne che siamo note per spendere parecchio tempo nella vestizione!

Dalla seconda metà del XVII secolo si era diffuso in Europa il fenomeno dell’esotismo grazie al successo delle importazioni di tele orientali stampate o dipinte, che avevano coinvolto le mode vestimentarie e l’arredamento di palazzo. In questo periodo, i ceti più abbienti avevano conosciuto e apprezzato la comodità del déshabillé attraverso sciolte vesti esotiche usate come vesti da camera. Nel ‘700 la veste da camera maschile era il Banyan di carattere esotico e confezionata con ricchi tessuti indiani o cinesi: si trattava di un’ ampia sopraveste di taglio orientale a cui si aggiungevano i tagli geometrici delle vesti con le maniche a kimono. Indumento domestico ma raffinato, il Banyan veniva utilizzato per ricevere gli amici o per le passeggiate mattutine oppure veniva addirittura scelto come “mise” per ritratti informali e realisti.

Ricci e capricci

Ma quanto tempo passano le donne per pettinarsi? Di qualsiasi tipologia siano i loro capelli, lisci o ricci, corti o lunghi le donne trascorrono ore ad acconciarsi con spazzole, piastre, phon o bigodini. Quanto tempo impiegavano le dame del 700 per fare altrettanto? Le acconciature almeno agli inizi del secolo dei Lumi, al di là di quel che si crede, erano molto piccole, spesso MANTEAU_02caratterizzate solo da ricci raccolti sulla nuca e fermati con dei nastri o con delle cuffie in pizzo. Solo in un secondo tempo iniziarono ad essere elaborate e artificiali. Ciò che non poteva essere raggiunto con i capelli naturali era aumentato, infatti, con delle parrucche. Quest’epoca fu un’esplosione di acconciature stravaganti, una reazione totalmente opposta al pudore e la modestia dei secoli precedenti.

L’uso delle parrucche da parte degli uomini cominciò ad essere molto popolare nel tardo Seicento, durante il regno del Re Sole. Tutta la sua corte cominciò a indossare parrucche, e visto che, la Francia dettava la moda Europea di quell’epoca, il loro uso si diffuse in molte corti del vecchio continente. I gentiluomini indossavano la parrucca e fermavano i capelli con un nastro formando una coda, quest’ultimo veniva portato in avanti e con esso si richiudeva la camicia: in tal modo la coda restava fissa e l’uomo acquistava un nuovo decoro sulla camicia. A volte, la coda veniva raccolta in un sacchetto di tessuto in raso di seta o di velluto di colore nero, chiamato rospo, atto a far sì che la parrucca incipriata non sporcasse le spalle della marsina.

Borse che passione!!!                                                                                                                                                                                     

Noi donne, si sa, nutriamo un amore incondizionato nei confronti delle borse. La borsa, per una donna, rappresenta un alter-ego, un’amica, un pronto soccorso, una protagonista della sua identità perché ne rispecchia il suo stile e lo definisce. Già nel 700 un accessorio molto importante della dama di corte era rappresentato dalla borsa che però doveva essere di piccole dimensioni, arricciata e realizzata a mano con decorazioni di piccole perle: gli abiti erano talmente larghi che rendevano la borsa vera e propria troppo impegnativa. Ma nel Settecento era compito del cicisbeo di porgere alla dama da lui servita ciò di cui aveva bisogno, e allora, che cosa contenevano quelle borse? I piccoli modelli da sera spesso custodivano il carnet di ballo o altri minuscoli oggetti poi, verso le fine del secolo, con il diffondersi dei viaggi, della villeggiatura e delle passeggiate all’aperto, fu necessario riscoprire la comodità della borsa dove si potevano infilare il portamonete, i sali, lo specchietto, il taccuino o la tabacchiera.

Attaccar bottone

ACCONCIATURA_03Nel 1715 muore il Re Sole e con lui tramonta il barocco nella moda maschile che subisce una profonda rivoluzione: da un lato gli abiti diventano più sobri, meno ricercati e si semplificano, dall’altro però inizia ad affermasi un altro concetto di eleganza basato sui dettagli, le tinte tenui e i tocchi esotici. Si definiscono i pezzi dell’abbigliamento maschile che, pur con mille evoluzioni, sono giunte fino ai giorni nostri ossia la camicia, le braghesse, il sottomarsina e la marsina. La marsina era la giacca del gentiluomo che veniva portata molto lunga e rigorosamente aperta per mostrare il panciotto o sottomarsina (fatto dello stesso tessuto della marsina). La giacca era caratterizzata da lunghe file di bottoni con asole decorate, ampi paramaniche e spacchi laterali che permettevano al gentiluomo di indossare la spada che rappresentava un accessorio indispensabile per essere ricevuto a corte. Le braghesse o pantaloni erano corte al ginocchio, fissate con fibbie o bottoni e, per tutta la prima parte del secolo, erano le calze a coprire il ginocchio, mentre, dalla metà del secolo, queste ultime venivano indossate comodamente sotto le braghesse che si aprivano sul davanti con una normale apertura a bottoni uguale a quella odierna. Anche la figura maschile risentiva dei canoni dettati dalla moda e per questo motivo,l’uomo, per essere alla moda, doveva avere una forma piramidale, che dalle spalle strette si allargava progressivamente verso ventre e fianchi. I bottoni attaccati agli abiti maschili era ciò che più attirava l’attenzione, potevano essere di stoffa o dipinti, di madreperla o di osso, in fine porcellana o di pietre preziose. Erano così importanti che i nobili, mentre si intrattenevano in lunghe conversazioni con un pari grado, usavano toccarli per guardarli meglio, questa insolita abitudine, soprattutto se le conversazioni erano piuttosto lunghe, si concludeva con uno o più bottoni rimasti tra le mani del proprio interlocutore da qui la celebre espressione “attaccare bottone”.
L’antenato dell’ombrello.

Sul capo il nobiluomo indossava un cappello meglio noto come tricorno, copricapo maschile tipico del Settecento che alla fine dello stesso secolo, iniziò ad essere indossato anche se in forme più modeste, dalle dame. La sua fabbricazione di questo cappello era lunghissima e laboriosa e si utilizzavano feltro e pelo di castoro o di lepre (per le classi più abbienti o semplicemente feltro per le classi più povere. Era molto pratico quando pioveva perché le parti ritorte della tesa fungevano da “grondaia” indirizzando l’acqua piovana lontano dal viso.La cosa curiosa è che, molto spesso, il tricorno non veniva indossato in testa, ma sotto l’ascella, per non sciupare la parrucca.

 

Vicenza e le sue donne

DOMENICA 4 DICEMBRE ore 14.30

Maddalena Campiglia, Cornelia Sale, Elisabetta Caminer Turra, Allegradonna…donna
Un itinerario guidato  alla scoperta delle donne illustri di Vicenza.

Un’ inedita panoramica che, partendo dalla splendida galleria di Palazzo Chiericati, da poco riaperta dopo il restauro dell’ala novecentesca, vi accompagnerà tra i principali monumenti di interesse storico e artistico del centro città.

lucrezia_borgiaChi ? – We Tour – guide autorizzate di Vicenza
Quando ? – Domenica 4 dicembre
Dove ? – Piazza Matteotti di fronte all’ufficio turistico IAT
A che ora ? dalle 14:30 alle 16:30 circa
Costi ? Contributo libero per la visita guidata + 7 € per acquisto biglietto Museo di Palazzo
Chiericati*

Per info e prenotazioni: info@wetourguide.it – Greta 338/4379106
La visita si terrà anche in caso di pioggia 
Non è necessaria la prenotazione

* per i residenti: validità biglietto 1 mese e possibilità di vedere anche i seguenti Musei:
Teatro Olimpico, Chiesa di Santa Corona, Museo Naturalistico Archeologico, Museo
Diocesano, Museo del Risorgimento.

PUNTO DI INCONTRO  – Piazza Matteotti di fronte all’ufficio turistico IAT