Le donne di Vicenza

Il viso scarno, gli occhi dall’espressione bonaria che paiono come appoggiati a un pensiero sfuggente, il sorriso appena abbozzato e lievemente malinconico sono le componenti del ritratto solenne che Alessandro Maganza realizzò nel 1598 a Maddalena Campiglia, una donna che fece della propria libertà uno stile di vita. Vissuta tra il 1553 e il 1595, la sua nascita fa già presagire l’inizio di un’esistenza “anomala”: i genitori infatti, entrambi rimasti vedovi, si erano messi assieme e dalla loro unione era nata Maddalena, ma decisero di regolarizzare la loro convivenza solo molto più tardi, quando la bambina aveva già tredici anni.

Oggi nessuno obietterebbe tale risoluzione ma nella società del Cinquecento il fatto sembrò a dir poco insolito. Maddalena si sposò nel 1576 con Dionisio Colzè, presumibilmente per volere dei ricchi e nobili genitori, ma il loro matrimonio durò poco; dopo soli quattro anni infatti, la donna si separò dal marito e iniziò a vivere in completa indipendenza, dedicandosi alle attività che più amava e la gratificavano: la letteratura e la poesia. Non più incasellata in alcuna categoria sociale, iniziò la sua eccellente produzione letteraria, con scritti di vario genere, anche religioso, nei quali il suo spirito anticonformista è espresso in tutta libertà. La vita di Maddalena Campiglia rappresenta un caso eccezionale. Nel clima moraleggiante che veniva a consolidarsi in seguito alla Controriforma, era infatti assai raro quanto difficile poter fuoriuscire dagli schemi sociali tradizionali, che esigevano la precisa collocazione di ciascun individuo all’interno di categorie ben definite. Il discorso valeva in modo ancor più radicale per le donne, che, una volta oltrepassata la –pericolosa- soglia della pubertà, erano destinate a diventare mogli e madri oppure a intraprendere la strada del noviziato, quando, per ragioni spesso socialmente incomprensibili, non venivano bollate come prostitute o streghe.

I ritratti della famiglia Valmarana e della famiglia Gualdi esposti a Palazzo Chiericati ci raccontano bene questa realtà. Negli atteggiamenti delle bambine dipinte da Giovanni Antonio Fasolo si intuisce piuttosto chiaramente quale sia il destino predisposto per loro dai genitori: Margherita, che legge attentamente il suo libro di preghiere, diventerà monaca nel convento di San Pietro mentre la sorellina Isotta, futura sposa di un nobile, con la mano sul cuore sembra accogliere l’incitamento alla virtù anche a nome dei fratelli. Il cardellino di Virginia, il cui nome suggerisce già in sé il suo avvenire di suora, è simbolo della passione di Cristo mentre il cagnolino della sorella maggiore, Laura, simboleggiando la fedeltà fa presupporre che la fanciulla diventerà di lì a poco moglie e madre devota.

Non c’era, dunque, molto spazio per la fantasia e le inclinazioni personali.
Facendo un balzo in avanti di due secoli, le cose non sembrano essere molto cambiate. Nella seconda metà del Settecento prende avvio la storia di un’altra illustre donna, vicentina d’adozione ma veneziana di nascita: Elisabetta Caminer Turra. Figlia di Domenico Caminer, uomo dotato di grande cultura, redattore di vari giornali di successo come “La Nuova Gazzetta Veneta” e “L’Europa Letteraria”, Elisabetta seguì le orme del padre e divenne la prima donna a fondare e dirigere un “giornale enciclopedic”, tipica pubblicazione del periodo dei Lumi, trasformando la sua casa di Vicenza in una redazione vera e propria, aperta a quanti godessero di fama di letterati e di studiosi. Gli interessi di questa vulcanica donna spaziavano dalla divulgazione letteraria alle opere pedagogiche per i bambini, dal giornalismo al teatro, sua grande passione, da buona veneziana. Se il marito Antonio Turra, un illuminato scienziato vicentino, appoggiò sempre la fervente attività della moglie, Vicenza si rivela, al contrario, una città chiusa e ostile, maligna e piena di pregiudizi.
Ben presto la tipografia cui si appoggiava sciolse la sua collaborazione ed Elisabetta aprì una stamperia proprio in Contrà Canove Vecchie, dove abitava. Ma le vendite del giornale andavano male, alla morte del marito tutte le sue occupazioni non furono sufficienti ad assicurarle il benessere economico e la Caminer si trovò sommersa dai debiti. A peggiorare la situazione furono le sue condizioni di salute, in progressivo peggioramento a causa di un cancro al seno, male di cui morì il 7 giugno 1796, presso la Villa dell’amico Fracanzan ad Orgiano. Venne sepolta a Vicenza, nella Chiesa di Santo Stefano, dove nessuna lapide è stata posta a commemorare la sua figura.

Negli stessi anni Fiorenza Vendramin, un’altra veneziana, trapiantata a Vicenza in seguito al matrimonio con un nobile vicentino, soffrì le maldicenze della gente, che le rimproverava un temperamento fin troppo disinvolto per una cittadina di provincia. Secondo le indiscrezioni dell’epoca, la donna pare essersi resa colpevole di una storia d’amore clandestina con un ufficiale napoleonico che la abbandonò preferendo la carriera militare (diventerà generale). Forse per la delusione sentimentale, forse oppressa dai pettegolezzi e dall’ostilità del suo ambiente, la donna si tolse la vita con una dose di oppio, nel 1797.
E ancora, Suor Redenta Olivieri, la fondatrice nel 1836 dell’istituto Farina per soccorrere bambine lasciate a se stesse; Elisa Salerno, la prima donna in Italia a riuscire nell’impresa di fondare a inizio Novecento una rivista dedicata ai problemi della donna in ambito lavorativo, famigliare, sociale.
Donne tenaci, intraprendenti, dal pensiero indipendente che si batterono per dare voce alla propria libertà, spesso ostacolate da un ambiente poco recettivo e bigotto.

We Tour vi offre la possibilità di ripercorrere le vite di queste donne attraverso i luoghi in cui hanno vissuto, in un tour dove la storia e le storie si mescolano, in cui a fare da sfondo sono le eleganti, solenni architetture classiche del centro di Vicenza.

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